Michele Faggi

 

Girato con una panasonic AF 100, quidi con un sistema che ha permesso a Lav Diaz di cambiare focali e scegliere obiettivi dal taglio maggiormente cinematografico , Century of Birthing è un film ancora in bianco e nero, una scelta che con il full HD ci è sembrata ancora più naturale e flagrante del solito, nel rendere il nitore di un’immagine contrastata ma che spazza via ogni tentazione di ricorrere a color correction o ad aggiustamenti pesanti in fase di post produzione; è un bianconero elettronico che suggerisce un utilizzo diretto e sensoriale del mezzo digitale, sempre più vicino alla natura e sostenuto da una ripresa sonora aptica, imprecisa, spesso legata a scelte prospettiche che collocano i rumori in primo piano e tendono a sommergere la voce. Nei 355 minuti del film Diaz porta avanti quell’attraversamento intimo della Storia delle Filippine che era il motore vitale di Melancholia, allargandolo ad una riflessione più esplicita sulla prassi cinematografica, aspetto che era presente anche nel film del 2009, ma in un contesto che dissolveva i confini metalinguistici in un movimento vorticoso e centrifugo, interno ed esterno alla simulazione innescata dal regista sperimentale con il suo gioco di ruoli ; Century of Birthing, in questo senso, rende manifesti i processi produttivi in modo molto più forte, ma questo non ha niente a che vedere (come ci è capitato di leggere) con un impasse autoriflessivo, al contrario, Diaz slabbra progressivamente la cornice profilmica come fosse una prospettiva insufficiente, immergendo ilsuo cinema in un pedinamento corpo a corpo su di una landa desolata, dove l’unico cinema possibile diventa quello della propria presenza fisica nello spazio performativo. Dierek non riesce ad ultimare il suo film, la cui lavorazione si è trascinata per ben tre anni, Angel Aquino è l’attrice protagonista del suo lavoro, interpreta il ruolo di una suora nella fase di attraversamento di una profonda crisi, vuole sperimentare una percezione differente del mondo, viverlo, superare quella mortificazione della carne che la sua prospettiva religiosa le ha negato fino ad ora, dialoga allora con un ex carcerato al tavolo di un bar, gli chiede di scoparla. Diaz ci introduce in questa realtà non come fosse una metarealtà, ma la confonde con altre cornici, la rende possibile e la reintegra solo in alcuni momenti attraverso la consolle di montaggio, mostrandoci le fasi di editing e le schermate di Final Cut; altrove e fuori dal cinema di Dierek, la setta di padre Tiburcio compie un rito battesimale, è la lunga sequenza di apertura di Century of Birthing, ma tornerà come una falda di realtà osservata da più testimoni, uno di questi è un fotografo che documenta la vita della setta in un modo opposto al modo in cui Dierek intende il cinema, arrivando a stuprare una delle sorelle della casa religiosa per liberarla “dal dominio di padre Tiburcio”; da questa violazione terribile della realtà, Diaz sviluppa un cinema tellurico, rutilante, che procede come un vortice, a partire dalla cacciata della sorella fuori dalla casa di Tiburcio, passando per il suicidio dello stesso Padre spirituale, fino al lungo peregrinaggio della donna ormai impazzita che batterà la terra con una mutazione del se che rimane a metà tra follia e forza sciamanica. La riflessione sul cinema allora, nel tentativo di identificarne l’essenza rilancia il pensiero Heideggeriano sull’essere come campo d’apparizione degli enti, ovvero una possibilità dell’esistenza che includa anche la morte, Dierek non riesce a rispondere al classico interrogativo ontologico Baziniano (Che cos’è il cinema?), rispondere per lui sarebbe un ripiegamento su se stesso, al contratio il cinema è una prassi, va oltre la sintassi, oltre i meccanismi produttivi, oltre quel ricatto mnemonico che toglie il cinema dal suo essere compresente tra passato, presente e futuro; ecco perchè i film di Diaz in fondo fanno parte di un cinema infinito oltre la gerarchia della durata, che non racconta mai degli enti intramondani imprigionati in una cornice visiva o narrativa, ma esplora un territorio (come Twist, big bang della genesi cosmica a cui si riferisce padre Tiburcio) in cui la forza creatrice primordiale diventa il principale agente del suo Cinema; un agente del cambiamento, perchè se Dio non è il cambiamento, allora è il Diavolo, dirà la suora in crisi, prima ancora di rientrare nella cornice del ruolo interpretato da Angel Aquino. Century of Birthing è disseminato di aperture che portano verso il passato prossimo cinematografico di Lav Diaz, basta pensare ai continui riferimenti intra-diegetici a Melancholia, con la poetessa della pioggia che racconta di un sentimento di tristezza che perfora il cuore delle Filippine, con l’ex carcerato che fuori/dentro il film di Dierek racconta di una suora che per capire il mondo delle prostitute si era calata nel loro ambiente, ma allo stesso tempo è proiettato verso una visione futura; Angel Aquino cercherà di spingere Dierek ad ultimare il suo film, “se il film non va in nessuna direzione”, gli dice l’attrice, “allora o te lo lasci alle spalle, o lo mostri così com’è”; per Angel estetica è l’atto semplice della vita, gesto di estetica pura, senza nessun carico di romanticismo. E’ da qui che la realtà del film a poco a poco si stacca dal quadro per fondersi con la percezione della natura, quasi in forma vitalmente polemica contro tutto il cinema autoriflessivo, Dierek comincerà a seguire la sorella stuprata ormai incinta e mutata in uno sciamano che cerca un contatto diretto con gli elementi della natura, non ha con se nessuna videocamera ma solamente il suo corpo e il suo occhio; dialogherà con lei con un linguaggio primordiale, il grado zero dell’essere cinema, non sappiamo se il bimbo nascerà, oppure se nel momento della nascità causerà la morte della madre, ha raccontato Diaz stesso, quello che a lui interessa è questa trasformazione, questa mutazione in atto, anche del suo stesso cinema, quello che viene dopo potrebbe essere il soggetto del suo prossimo film, in questo flusso di cinema infinito.

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